Siena
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La contrada della Pantera a Siena

Alla scoperta della contrada della Pantera

Dopo la scorpacciata di Palio (che corsa meravigliosa, ragazzi! un Palio di volata che la Giraffa ha vinto dopo soli due anni dal passato trionfo, e che ha incoronato Tale e Quale e Tittia re della piazza) eccoci di nuovo qua, pronti a raccontare un’altra contrada di Siena, un altro meraviglioso territorio che impreziosisce la nostra città.

Siamo questa volta nel Terzo di Città, la zona più antica di Siena e se vogliamo la parte “nobile”.

Rione che tra l’altro è stato baciato dalla sorte perché, estratto a sorte pochi giorni fa, correrà anche la carriera di agosto, andando a insidiare la nemica, l’Aquila.

Stiamo parlando del popolo della Pantera, che è anche chiamato “popolo di Stalloreggi”, dal nome della strada che, partendo da Piazza Postierla, arriva fino alla vecchia cinta muraria. Ed il toponimo della strada, che troviamo nelle fonti dalla fine del XII secolo, pare derivare da stabulum regis, cioè “stalla reale”, anche se gli studiosi non concordano sulla figura del re in questione (Carlo Martello, Pipino, Enrico VI di Svevia…).

Più facilmente invece si trattava di una zona, probabilmente compresa fra le Due Porte e Porta Laterina, di proprietà dello Stato, e quindi del Re (dominium regis) fin dall’età Longobarda, e a confermarlo starebbero sia altri toponimi – piazza del Conte, vicolo del Contino – sia la presenza di case torri – Torre degli Incontri, Palazzo Bisdomini – le cui famiglie hanno sicure ascendenze longobarde. Quindi qui stava la crème de la crème della nobiltà longobarda, probabilmente qui viveva il gastaldo che governava la città sotto il diretto controllo del Re, qui sotto la Repubblica si formarono le due compagnie “Stalloreggi di Sotto” e “Stalloreggi di Sopra” che oggi fanno riferimento alla Contrada della Pantera.

Le tre cose da vedere nella Pantera

E anche di questo nobile territorio cerchiamo i tre MUST DO, sempre secondo la nostra personale preferenza e sempre in ordine di podio.

N°3: Palazzo Celsi Pollini

Dapprima non attira granché l’attenzione. Di fronte alla Chiesa del Carmine, appena sotto una ripida salita che conduce al poggio di Castelvecchio, sede del più antico insediamento cittadino, appare come un edificio anonimo. In realtà si tratta, a nostro modesto parere, Palazzo Celsi Pollini è uno dei palazzi più belli della città.

Fu costruito su disegno del grande architetto Baldassarre Peruzzi (1481-1536), senese di nascita ma a lungo attivo a Roma per i maggiori committenti del tempo: Palazzo Farnese, con le logge dipinte da Raffaello, forse le più famose al mondo, è una sua creazione che ha fatto scuola per decenni e oltre, e non solo a Roma. Ebbe così larga fama che, morto a Roma, fu sepolto nel Pantheon insieme a Raffaello, con cui spesso collaborò. A Siena è famoso più che altro per le fortificazioni militari che realizzò poco prima della Guerra di Siena, contribuendo non poco alla resistenza della città durante il lungo assedio. È conosciuto inoltre per le innumerevoli ville, fra cui quella celeberrima costruita per la famiglia Chigi giusto fuori Siena, e diciamo che a torto o a ragione qualsiasi architettura rinascimentale di quel periodo viene attribuita al Peruzzi o definita genericamente “peruzziana”.

Palazzo Celsi Pollini a Siena
Palazzo Celsi Pollini

Questo palazzo però mostra i chiari segni del suo stile, basta paragonarlo a Palazzo Massimo alle Colonne, realizzato a Roma nel 1532, quindi di pochi anni successivo a questo che fu terminato nel 1525. L’ultima parte a sinistra del Palazzo Celsi Pollini, che come si vede bene presenta laterizi di diverso colore, è stata aggiunta nel ‘700, ed a inizio ‘800 risale invece la parte bassa del muro, con un classico basamento a scarpa, probabilmente realizzato a seguito dei danni causati dal terremoto del 1798. Rispetto a quello senese il Palazzo Massimo a Roma è arricchito al piano terra di un ingresso porticato sorretto da sei colonne, ma la definizione dello spazio è la stessa, e identico l’uso delle cornici in pietra liscia a segnare le finestre (grandi al primo piano, più piccole ai superiori) rispetto al paramento murario, rispettivamente in laterizio  a Siena ed in bugnato liscio a Roma.

Identica è anche la decorazione classicheggiante, con ovuli, dentelli e piccole rosette, al di sotto di una linea di gronda non particolarmente aggettante. E’ un palazzo a prima vista austero, forse oggi reso ancora più severo dal muro a scarpa, ma che ad un occhio più attento mostra un insieme armonioso e un profilo netto che si staglia contro il cielo senese, e una sicura eleganza formale.

N°2: I tabernacoli della cinta muraria

Sembrerà strana questa medaglia d’argento, ma ogni contrada “di confine” ha fra i suoi tesori questi piccoli o grandi tabernacoli, segni della devozione del tempo, a volte rinnovati e aggiornati nel corso dei secoli secondo il gusto del momento, più spesso mantenuti intatti perché oggetto di culto popolare e quindi intoccabili. Erano immagini messe nella vicinanza delle porte di accesso per due motivi: come aperture nella cinta muraria le porte erano i punti deboli della città, e quindi necessitavano di una protezione “superiore”. Protezione necessaria anche a chi usciva dalla città e si avventurava nella campagna, e che quindi poteva rivolgere a queste sacre immagini la sua preghiera. La Pantera ha fra tutte le contrade una caratteristica: nell’arco di poche decine di metri possiamo vederne tre, e fra i più significativi anche per la storia della città.

Andiamo per ordine.

Il tabernacolo più antico si trova appena fuori le Due Porte, l’antico ingresso alla città nella vecchia cinta muraria, che ha ancora ben leggibile il segno del doppio fornice, la doppia porta (da qui il nome) tipica dell’architettura romana. Infatti molti studiosi ritengono che questo fosse l’inizio del cardo massimo, uno degli assi principali della vecchia Sena Vetus insieme al perpendicolare decumano massimo. Come che sia, probabilmente all’inizio del XIV secolo un pittore senese decisamente duccesco realizzò questa immagine della Vergine Maria col Bambino che è stata successivamente protetta sia da una tettoia che da un vetro. Purtroppo gli agenti atmosferici hanno comunque rovinato il dipinto, a cui le foto non rendono assolutamente ragione, ma quello che è ancora leggibile è meraviglioso, sicuramente di alta qualità (qualcuno pensa proprio al sommo Duccio, che aveva la sua bottega a pochi metri di distanza). La tettoia denota poi un culto popolare molto forte (fino a un secolo fa non proteggevano certo i dipinti per il loro valore artistico, ma solo per quello devozionale), e si dice che attorno a questa immagine venissero appesi dalle rispettive madri i mantellini dei bambini  per invocare la protezione della Madonna (altri dicono che tale usanza fosse legata ad un’immagine della Vergine posta fuori dalla chiesa di San Niccolò al Carmine, e che ora si trova dentro la chiesa, “incastonata” in una tela seicentesca di Francesco Vanni). Pare che da qui venga quindi il nome di Pian dei Mantellini, o, forse più probabilmente, deriva dall’abito dell’ordine carmelitano che voleva sopra allo scapolare una corta mantellina.

Maria col Bambino nella contrada della Pantera

Nella parte interna di questa immagine, proprio dove un tempo doveva aprirsi il secondo fornice, troviamo una raffigurazione di Maria col Bambino, San Giovannino e Santa Caterina da Siena, incorniciata da un riquadro in stucco bianco decorato a girali e protetta da un vetro. Attribuito per molto tempo a Baldassarre Peruzzi (non vi ho detto che era anche pittore?), adesso pare assegnato a Bartolomeo di David, pittore senese attivo nella prima metà del ‘500. Come se non fosse sufficiente la protezione della vecchia immagine, probabilmente in tempi prossimi alla guerra del 1553-55 e sicuramente successivi alla battaglia di Camollia, quindi decisamente turbolenti, si decide di aumentare la presenza di immagini sacre nella città, addirittura lungo la vecchia cinta muraria, e anche più all’interno!

Infatti dopo pochi metri lungo via Stalloreggi, all’angolo di via di Castelvecchio in realtà, si può vedere in una splendida edicola barocca con due angioletti adoranti l’immagine dipinta, che rappresenta una Vesperbild, cioè una Madonna sorreggente il corpo morto del figlio: quella che noi comunemente chiamiamo Pietà. Dipinto da Antonio Bazzi detto il Sodoma fra il 1503 ed il 1536, era ricordato anche dal Vasari come un tabernacolo di rara grazia, ed in effetti l’affresco, oggi restaurato e protetto da un vetro, si mostra davvero all’altezza della fama del pittore vercellese. I senesi lo conoscono non certo come Pietà ma come Madonna del Corvo, ed infatti un piccolo corvo è stato dipinto in basso a sinistra. Il motivo? Si dice perchè il committente, che abitava nel palazzo, avesse questo volatile nello stemma di famiglia; un’altra spiegazione, diciamo popolare, direbbe che un corvo contagiato di peste sia volato fino a qui e, posatosi sull’affresco, sia rimasto prodigiosamente fulminato evitando così il contagio alla città. Se poi sentite dire che qui sia stata dipinta questa immagine a segnare il punto in cui è caduto morto il corvo infetto che ha portato in città la Peste Nera del 1348, si tratta di una variante di questa versione diciamo più fantasiosa. A voi la scelta.

Tabernacolo della Madonna del corvo
Tabernacolo della Madonna del corvo

N°1: Chiesa di San Niccolò al Carmine

Lo so, lo so, avevamo detto che non avremmo inserito oratori di contrada…a nostra discolpa due validissime ragioni: questa chiesa, purtroppo non sempre aperta, è assolutamente un MUST DO, imprescindibile per la sua ricchezza e bellezza. E poi la Pantera è stata particolarmente sfortunata, nel corso del tempo hanno dovuto spostare la loro sede religiosa tantissime volte: il loro primo oratorio fu probabilmente la chiesa dedicata a San Giovanni Decollato posto appena fuori da Porta Laterina, su cui non avevano nessun diritto essendo di proprietà della Compagnia di San Giovanni Decollato, il cui compito era di assistere i condannati alla pena capitale. Questo fu però distrutto nel 1893 dopo appena due secoli dalla costruzione (lo ebbero in uso nel 1684 ma già nel 1786, quando fu costruito il cimitero fuori le mura, lo avevano dovuto abbandonare perché era stato adibito ad accogliere le salme dei defunti prima dell’inumazione). La contrada fu quindi costretta a spostarsi prima nell’Oratorio dell’Arte dei Tessitori in Vallepiatta, poi  nel 1813 nella chiesa dei SS. Quirico e Giulitta, che però divenne chiesa parrocchiale e così nuovo trasferimento nella chiesa del soppresso monastero di Santa Margherita in Castelvecchio che condividevano con l’Istituto Tommaso Pendola. Ancora dal 1957 fino al 1981 hanno utilizzato la chiesa dei SS. Quirico e Giulitta, che però era in così gravi condizioni da necessitare di un grosso restauro, quindi nel frattempo da allora le è stato concesso l’uso della chiesa del Carmine, che nasce chiaramente come chiesa conventuale (qualche contradaiolo ha confessato il forte desiderio di tornare nella chiesa in cima a via San Quirico, così vicina alla loro sede, ma molto sottovoce, poiché sarebbe in effetti all’interno del territorio della Chiocciola…ma questa è un’altra storia).

Tornando al Carmine, come dicevamo era la chiesa conventuale dei frati Carmelitani, con annesso un grande convento il cui chiostro, affrescato nel 1713 da Antonio Nasini, adesso impreziosisce il Dipartimento di Scienze Matematiche e Informatiche dell’Università di Siena. Sappiamo che i Carmelitani si trovavano a Siena dalla fine del VIII secolo, e che dal 1262 – quando sono registrati nello Statuto Comunale – ebbero convento e chiesa, intitolata a S.Maria del Carmelo, qui lungo Pian dei Mantellini (del toponimo abbiamo già detto). La struttura primitiva fu ampliata e abbellita nel XIV e XV secolo, e nel 1517 subì un ulteriore rimaneggiamento da parte di Baldassarre Peruzzi che disegnò anche il chiostro ed il campanile; purtroppo quest’ultimo fu danneggiato dalle artiglierie spagnole durante l’assedio di Siena e ricostruito solo nel 1600, come si vede dalla forma baroccheggiante. Nel corso del ‘700 furono modificati tutti gli altari, ma un restauro di inizio ‘900 ha riportato la chiesa, se così si può dire, allo stato originario, con l’apertura delle monofore esterne, che erano state tamponate, e del portale laterale da cui adesso si accede all’interno.

Chiesa di San Niccolò al Carmine nella contrada della Pantera a Siena
Chiesa di San Niccolò al Carmine

La chiesa, ad aula unica, è molto semplice ma contiene opere d’arte preziosissime: l’abside è un rifacimento seicentesco, pagato dall’Arte della Lana, su imitazione dell’altare del Duomo; la sagrestia contiene una statua di Giacomo Cozzarelli raffigurante San Sigismondo; nella navata destra sono state recuperate alcune parti dell’affresco eseguito da Benedetto di Bindo all’inizio del ‘400 raffigurante l’Assunzione di Maria al cielo. Al termine della stessa navata si apre una porta che dà sulla Cappella del Santissimo Sacramento, sotto il patronato della famiglia Pecci, che sull’altare maggiore mostra, all’interno di un preziosissimo altare scultoreo di Lorenzo di Mariano detto il Marrina, una tela del Sodoma raffigurante la Natività di Maria; questa cappella fu costruita e dotata di queste opere d’arte nella prima metà del ‘500.

Troviamo anche diverse grandi tele 5-600esche (fra cui una di Francesco Vanni che contiene la già citata Madonna dei Mantellini oggetto di così grande devozione) ma il capolavoro assoluto è la Cacciata degli angeli ribelli del Beccafumi, realizzata per questa chiesa nel 1535. Fu una commissione difficile, Domenico di Jacopo di Pace realizzò inizialmente una tela visionaria, con un viluppo di angeli dalle ali di pipistrello, di uccello, di farfalla, di pavone, ed in alto un Dio Padre molto più simile ad un demone infernale che ad una figura rassicurante…Chiaramente l’opera fu rifiutata, Beccafumi dovette realizzarne una versione più diciamo “nei canoni”, che adesso ammiriamo qui. Meno male che la prima tela non è stata distrutta ma si trova adesso all’interno della riaperta Pinacoteca, quindi possiamo ammirarle entrambe.

Per questa chiesa inoltre sono stati realizzati sia la grande tavola detta appunto Pala del Carmine eseguita da Pietro Lorenzetti nel 1326-29 (tra l’altro la sua prima opera a Siena) sia la Croce dipinta eseguita dal fratello Ambrogio per il tramezzo ligneo, la cosiddetta iconostasi: due autentici capolavori, anch’essi in Pinacoteca, che fanno capire come questa chiesa abbia avuto fondi notevoli e committenti prestigiosi (per la tavola di Pietro di nuovo l’Arte della Lana), rendendola una delle più belle di Siena.

Speriamo di avervi ancora una volta incuriosito, e di avervi fatto apprezzare un altro territorio della variegata e stupefacente Siena. Alla prossima!

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