Siena


La Contrada dell’Aquila a Siena

Cosa vedere nella contrada dell’Aquila

Bentornati a Siena! Ancora non sappiamo quando e soprattutto se potremo quest’anno festeggiare la Madonna di Provenzano e la Madonna Assunta nel nostro solito modo senese, o se questo virus ci costringerà ad uno stop che solo le due Guerre Mondiali del secolo scorso erano riuscite a imporre.

In ogni caso, questo viaggio nei 17 rioni servirà a ricordarci che siamo circondati di meravigliosi appigli al nostro passato, che sono quindi anche strepitosi ponti per il nostro futuro.

Oggi andiamo nel Terzo di Città, nel cuore antico della Saena Vetus, e parliamo dell’Aquila. Un contrada dalla storia controversa, praticamente “risorta a nuova vita” nel 1718 grazie , si può dire, alle manovre di Giovanni Antonio Pecci, erudito senese, aquilino abitante nel palazzo di famiglia in via del Capitano, che riaggregò la contrada e si riprese un territorio che nel corso del secolo precedente era stato “smangiucchiato” dalle consorelle vicine. Eppure la storia ricorda come l’aquila a due teste fosse stata scelta come vessillo del rione per la visita di Carlo V in città, nel 1536, e l’Imperatore, per ringraziamento, gliela donò come emblema perenne.

Ma bando alle ciance, direbbero i vecchi, e partiamo con la classifica dei tre MUST DO della contrada.

Le tre cose da vedere nell’Aquila

N°3: Piazza Postierla

Da stradario ufficiale Piazza Postierla ha due nomi, infatti da sempre per i senesi si chiama Quattro Cantoni, ed il motivo è facilmente capibile: quattro angoli, canti, che delimitano un quadrivio fra i più strategici in città. Per alcuni studiosi si potrebbe trattare addirittura del foro romano, l’incrocio del cardo e del decumano massimi, di Saena Julia, la colonia militare, e poi villaggio, che si stabilisce sulla collina nel I secolo d.C. Il nome “postierla” viene invece dal latino posterula, cioè piccola porta, e non è tipico senese, si trovano vie con questo nome, o simile, a Orvieto, Castrocaro Terme, Spello: indica infatti una piccola porta di servizio aperta nella cinta muraria, che doveva quindi passare qua dietro, unendo le Due Porte all’inizio di via Stalloreggi (territorio della Pantera, vi ricordate?) con Porta Salaria, ora non più esistente, in fondo a via dei Pellegrini.

Il crocevia collega Piazza Duomo alla zona di Porta Tufi, e Piazza del Campo alla zona di Pian dei Mantellini: punti nevralgici per Siena, e non è un caso se qui le famiglie hanno eretto palazzi maestosi. Da destra a sinistra abbiamo: Palazzo Chigi Piccolomini Adami, detto appunto “alla Postierla”, ora sede della Soprintendenza, Palazzo Nini Capitani (sul cui fianco si dice rimanga un lacerto della cinta muraria romana) che ingloba la vecchia casa torre degli Incontri, Palazzo Borghesi e di fronte il Palazzo e la Torre Bardi.

Palazzo Chigi Piccolomini Adami, detto appunto “alla Postierla”
Palazzo Chigi alla Postierla (Photo by LigaDue / CC BY)

Questi ultimi due erano precedentemente abitati dalla famiglia Forteguerri, che alzava la sua torre di fronte a quella dei rivali Incontri, e che unì con un passaggio sopraelevato la torre appunto la palazzo prospiciente, in modo da avere il controllo su via di Città. Cambiati proprietari, e distrutto il ponte, la rivalità si spostò fra le famiglie Bardi e Borghesi, che avevano acquistato il palazzo a capo di via di città. Giorgio Vasari racconta che quando i Bardi nel 1513 commissionarono al Sodoma un ciclo di affreschi sulla loro facciata, subito i Borghesi chiamarono il  Beccafumi per fare altrettanto. Tra l’altro, tradizione vuole che il Sodoma si sia fatto pagare in cavalli, in modo da partecipare al Palio dell’Assunta  – alla lunga! (maggiori informazioni sul palio alla lunga qui e qui) – che si correva ogni 15 agosto.

Torre Forteguerri a Siena
Torre Forteguerri (Photo by LigaDue / CC BY)

La piazza ospita la fontanina dell’Aquila e anche la colonna con la Lupa che segna il Terzo di Città, e dove veniva appeso il pallium, per l’appunto, il palio, il drappo di stoffe preziose che sarebbe andato in premio al vincitore della corsa: l’arrivo era proprio qui!

N°2: Chiesa di San Pietro alle Scale

Non vi fate ingannare dall’aspetto dimesso, si tratta di una delle chiese più antiche di Siena: la prima citazione è del 1012, ma era sicuramente preesistente, e nel ‘200 già così rovinata da richiedere non un semplice restauro, ma una rifondazione. Ha sempre avuto questa denominazione, che la distingue da San Pietro alla Magione (nel territorio dell’Istrice), e che deriva proprio dalla presenza della scalinata di fronte al portone di ingresso. Quasi di fronte si erge la via d’accesso al colle di Castelvecchio, nucleo primario della città (e qui siamo nella Tartuca), ed infatti l’insegna della Compagnia militare del Terzo di Città, che qui aveva sede, presentava San Pietro con un castello e le chiavi incrociate. La chiesa era ad aula unica, e accanto vi era un cimitero, ma tutto è stato stravolto prima dal solito “riallestimento” controriformato, poi dai restauri di inizio ‘700 e infine dal terremoto del 1798; solo il portale di accesso è originario.

È legata alla storia della contrada perché dopo la “rifondazione” ne divenne l’Oratorio, qui venne portato il Palio vinto nel luglio del 1719, il primo della contrada ed il più antico ancora conservato in Siena. Anche 30 anni dopo il Palio di Provenzano fu portato qui, ma dopo pochi anni la Contrada si trasferì nell’attuale Oratorio in via del Casato di Sotto. Spesso  (non sempre) la mattina è aperta, ed è possibile visitarla, e vale la pena perché oltre ad una serie di tele di secondo ‘500, che necessiterebbero in realtà di un restauro, contiene un capolavoro di Ambrogio Lorenzetti che, recentemente ripulito per la mostra che si è tenuta tre anni fa, splende di luce propria: seppur più volte ridipinto, smembrato, privato della carpenteria e dell’oro (raschiato via da ogni superficie), ridotto in dimensione (la parte centrale manca del fondo, dove era raffigurato il committente, con “cappuccio e veste negra”), rivela una committenza prestigiosa e materiali preziosi. Il manto della Vergine ha un blu così profondo che vorremmo nuotarci dentro, gli accostamenti cromatici nei quattro santi (verde/viola, rosso/blu, rosa/azzurro, porpora/oro) sfidano qualsiasi atelier contemporaneo, e il velo di Maria presenta ricami tipici senesi, nero su bianco, un tocco di contemporaneità davvero affascinante. Tra l’altro sappiamo che Ambrogio aveva dipinto anche una Annunciazione in facciata: quante cose abbiamo perduto!

Chiesa di San Pietro alle Scale a Siena
Chiesa di San Pietro alle Scale (Photo by Andrzej Otrębski / CC BY)

N°1: Palazzo Chigi Saracini

Questo è uno degli edifici che, a Siena, hanno fatto la storia, e la leggenda. La bianca torre, ora ribassata, è servita a Cecco Ceccolini per osservare dalla città il campo di battaglia di Montaperti, il famoso 4 settembre 1260, e avvisare la cittadinanza degli eventi. All’epoca il palazzo era di proprietà della famiglia Marescotti, fieri ghibellini. Decaduti, vendono a inizio ‘500 alla prospera famiglia Piccolomini Mandoli, che a sua volta dopo due secoli lo cede ai Saracini. Saranno loro, e soprattutto Galgano, a trasformare il castellare medievale, con più edifici accostati insieme, in un palazzo unitario, rifacendone la facciata in stile neogotico e creando un insieme esternamente armonico, mentre all’interno Galgano creerà un appartamento sfarzoso, adatto a raccogliere la sua collezione di opere d’arte senesi.

Sia lui che il discendente Alessandro badano più alla quantità che alla qualità, e se degli artisti “moderni” si aggiudicano opere notevoli ma a volte anche minori, dei bistrattati fondi oro possono fare man bassa, offrendo a noi oggi un insieme fra i più prestigiosi in città. Alessandro, senza eredi, lascia tutto al nipote Fabio Chigi, obbligandolo però al doppio cognome. Fabio, morendo improvvisamente nel 1906, anch’egli senza eredi, lascia tutto al nipote Guido Chigi Saracini, ultimo proprietario del Palazzo.

Sarà lui, appassionato musicista e musicologo, a trasformare, con l’aiuto dell’architetto Viligiardi, il salone di rappresentanza in una Sala per Concerti neo rococò, e ad ospitare qui nel 1923 la prima stagione di “Micat in Vertice” (questo è il motto di famiglia “risplende in alto”, sopra a tre monti si erge una stella a più punte), una stagione concertistica che ben presto diventerà fra le più importanti in Italia, e che darà l’avvio alla costituzione nel 1932 dell’Accademia Musicale Chigiana, una scuola di perfezionamento dove hanno studiato, e poi spesso insegnato, maestri del calibro di Casella, Accardo, Ughi, Metha, Baremboim, Abbado, Accardo e Sciarrino.

Siena Palazzo Chigi interni

Diventata una Fondazione nel 1958, pochi anni prima della morte, ancora senza eredi, del conte, ora l’Accademia è in piena attività, ed il Museo è visitabile. Tra l’altro, Galgano  stesso lo aveva definito “museo”, aprendolo con molta lungimiranza al pubblico fin dalla fine del ‘700, ed era una meta d’obbligo quando si veniva in città. Dovrebbe, assolutamente, esserlo anche adesso.

Bandiere delle contrade di Siena
Palazzo Chigi Saracini

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